A scuola di italiano.

A scuola di italiano.
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Finalmente i 75ers trovano riparo per rifocillarsi e scaldarsi con un bel Ramen da Wagamama! Ovviamente al momento dell’avvistamento dell’ingresso del locale non vi era un’anima, ma sono bastati quei 25 passi per materializzare davanti a loro una decina di avventori affamati. Fermi e costipati nel disimpegno del ristorante aspettando che uno dei camerieri chiamasse a turno per un tavolo, i poveretti avevano davanti ai loro occhi persone sedute comodamente rilassate che, sembrava, impiegassero un tempo infinito per portare il cibo alla bocca, finire il pasto, pagare e lasciare libero il posto, una sorta di slowmotion scandito dagli insulti dei tre. In compenso alle loro spalle, visto che la folla si accalcava e la porta a vetri non si chiudeva, avevano una bella lama di vento gelido dietro la nuca che li teneva ben svegli e gli faceva apprezzare ancor di piu’ il teporino e l’odore di porro, aglio e coriandolo proveniente dalla betoniera in cucina che impastava probabilmente il loro futuro pasto.
Finalmente e’ il loro turno! I tre si accomodano affamati e subito scelgono dal menù il loro pasto. Una cameriera biondina, tipica inglesina con fondotinta messo con tecnica ad acquarello ed applicato con una scopa, prende l’ordine e ci avverte che, causa la mole di lavoro, le pietanze sarebbero potute arrivare non tutte assieme. Giusto, con quella confusione era immaginabile…arrivarono in ordine: la zuppa al Red che comincia a mangiare, dopo dieci minuti la pietanza del White con annesso antipasto del red e finalmente dopo venti minuti la sciacquatura dei piatti del Green che a meta’ portata vede consegnarsi anche l’antipasto suo e del White. Vabbe’, con quel freddo e quella fame si sorvola su questi dettagli. Bene, ripreso il colorito roseo, gli amici chiedono il conto e pagano (donando ben tre pounds di mancia). La cameriera, gentilissima, e gracilina gli riporta lo scontrino e gli esclama: “Gracias!” e se ne va.
A quel punto, il Green, vedendola tornare ed incrociando il suo sguardo, la fissa (perché non sapendo parlare inglese non avrebbe saputo attaccare bottone) e gli esclama “Grazie! no gracias!” , siamo italiani cavolo!
La piccolina arrossisce (dietro al chilo di trucco) e comincia ridendo a scusarsi perché di italiano lei sapeva solo due parole insegnatele  tempo prima da un gruppo di studenti italiani e candidamente come un angioletto esclama: Vafanculo (con una effe sola) e Cazzo (quello correttamente con due zeta). I tre baldanzosi gelano a quel discorso che finisce tra le risa di lei e l’imbarazzo generale dell’italica rappresentanza.
Ma loro guardano avanti, escono e si rimettono in cammino cercando un buon caffe’ (utopia).